Il parto di Cesare

MS London, B. L., Royal 16 G VII, f. 219 (XIV sec.)

Scrive Plinio: «Nascono con auspici migliori i bambini la cui madre muore di parto; è il caso di Scipione Africano o del primo dei Cesari, che fu chiamato così dal taglio cesareo praticato alla madre; da questa stessa causa ha origine il nome dei Cesoni».

Non è chiaro a chi Plinio si riferisca citando colui che per primo assunse il cognomen di Cesare. […]

Ms. London, B. L. Royal, 16 G VIII, f. 32r (1473-1476)

Ciò nonostante fu proprio il divo Giulio ad essere ripetutamente chiamato in causa nel Medioevo, complice il passo delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia, per il quale l’etimologia del nome di Giulio Cesare derivava dal suo essere stato estratto dall’utero caeso, ossia tagliato, della madre morta, e dall’avere presentato alla nascita una folta chioma (cum caesarie).

Il passo venne citato in opere di vario indirizzo, tra cui quelle letterarie e quelle a carattere enciclopedico come ad esempio Li Fet des Romains, composta in Île-de-France tra gli anni 1213-1214, che narrava delle gesta dei romani. Le illustrazioni dedicate all’episodio raffigurano Aurelia, madre del futuro condottiero che, a letto, supina con gli occhi chiusi, presenta un’apertura dell’addome da cui fuoriesce un bambino che, ritto in piedi, spesso fa mostra di una fluente capigliatura.

Il tiralatte

Ambroise Paré,  De la generation de l’homme, in, Les Œuvres, Gabriel Buon, Paris ,1585 pp. 965-66.

Il tiralatte (tetine) si trova raffigurato nell’edizione del testo di Ambroise Paré del 1585: una sorta di ampolla che da un lato presentava una specie di lungo ‘corno’ forato all’interno e ricurvo verso l’alto. Mentre l’ampolla veniva posta sul seno, l’estremità assottigliata del ‘corno’ aveva la funzione di una moderna cannuccia da cui la donna poteva succhiare la quantità di latte desiderata, come precisa il Paré.

Un’altra raffigurazione, che rappresenta una vera e propria dimostrazione pratica dell’uso dello strumento tramite il disegno di un busto di donna, si rintraccia nel volume di Ognibene Ferrari, De arte medica infantium libri quatuor, I, 17, Brescia, Apud Franciscum, et Pet. Mariam fratres, de Marchettis, 1577, p. 31.

La ferita del costato

Paris, BnF MS français 574, f. 140v (XIV sec.)

Dal XIII-XIV secolo, tra le immagini che la partoriente doveva osservare per sgravarsi con successo si aggiunse quella della ferita del costato di Cristo, oggetto, nello stesso periodo, di una generalizzata e intensa venerazione caratterizzata da rivelazioni e visioni mistiche. La ferita era spesso raffigurata in forma di stilizzata, come una losanga o una mandorla, inclusa nei libri d’Ore, i libri di preghiera riccamente miniati commissionati dalle famiglie altolocate.

La bambina di pietra

Joannes Albosius, Portentosum lithopaedion

Tra i prodigi che il ventre della donna poteva celare, alcuni erano degni di essere esposti nei gabinetti delle curiosità di biologi e anatomisti, ma anche di ricchi collezionisti. Fu questa la sorte del tanto celebrato bambino pietrificato di cui scrisse per primo, nel 1582, il medico Jean d’Ailleboust

La leggenda di santa Margherita

Ms. London, B. L. Egerton 877, f. 7r (XIV sec.)

Manoscritto in cui è trascritto il racconto della Passione di santa Margherita

Come per qualsiasi avversità o malattia, anche nel caso del parto era abitudine raccomandarsi ad alcuni santi che per ragioni da connettere a episodi delle loro Vitae, o a eventi riferiti al culto delle loro reliquie, ottennero di essere tra i più invocati dalle partorienti: dei veri e propri  ‘specialisti’ del parto. Tra questi spicca santa Margherita, la martire di Antiochia. La sua fama era diffusa su un’ampia geografia data la vasta circolazione del racconto della sua vita e del martirio subito nei primi secoli del cristianesimo. Redatto prima in greco, poi tradotto in latino e volgarizzato in varie lingue con alcune varianti fra una versione e l’altra, il racconto raggiunse in Occidente una popolarità crescente dal XII secolo.

La leggenda narra della santa che, per il suo rifiuto a rinnegare la fede cristiana e andare in sposa al prefetto di Roma, patì inimmaginabili supplizi, prima di essere infine decapitata. Tra le pene subite mentre era rinchiusa in carcere figura anche l’incontro con il demonio, sotto le spoglie di un dragone, che la inghiottì. La santa riuscì comunque a salvarsi grazie al segno della croce: la forza del gesto fu tale che il ventre del nemico si squarciò e Margherita rimase illesa. L’episodio, di grande impatto simbolico, è normalmente richiamato per spiegare la ragione dell’invocazione a Margherita da parte delle partorienti. È più probabile che il motivo sia da ricercare nelle parole incluse nella preghiera che la tradizione vuole che sia stata composta dalla santa. Infatti in molte versioni del racconto della Vita, sia in latino sia nelle varie lingue vernacolari, si legge che questa, poco prima di essere decapitata, ottenne dal prefetto il tempo per raccogliersi in preghiera e chiedere a Dio la grazia di essere di aiuto ai fedeli, che in futuro l’avessero invocata o che avessero letto il libro con la storia della sua vita. Nella sua orazione Margherita ricorda soprattutto le partorienti, promettendo il suo costante aiuto per salvaguardare sia la loro vita sia quella del loro bambino al momento della nascita.

Lo stesso manoscritto presenta la camera di una partoriente e la trascrizione di invocazioni per il parto:

f. 12r … Esci infante, Cristo ti chiama. Nel nome del Figlio, esci infante, Cristo ti comanda. Nel nome dello Spirito Santo, esci infante, Cristo ti guida e ti invita al battesimo, [lui] che ha sofferto per te e dal suo fianco ha prodotto l’acqua del battesimo, e ha reso rosso il battesimo con il suo sangue. Elisabetta ha partorito Giovanni, Anna ha partorito Maria, la Vergine Maria ha partorito Cristo, il Salvatore del mondo che ti liberi [a questo punto doveva essere pronunciato il nome della partoriente] dal parto e dai tuoi dolori, Amen. Se sei maschio o femmina, vivo o morto, vieni fuori, perché Cristo ti chiama, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, amen. Il Padre è l’alfa e l’omega, il Figlio è la vita, lo Spirito Santo è la medicina…

L’utero e il talismano

Ms. Bruxelles, Bibliothèque Royale, 3701-15, f. 16v (IX sec.)

Manoscritto di epoca carolingia, in cui è trasmesso il trattato di medicina di Mustione. A fianco dell’immagine che, almeno nella mente del miniatore, doveva corrispondere alla riproduzione dell’utero, la mano dello scriba ha incluso la descrizione di un rituale, adatto ad accelerare il parto, che certamente non era compreso nel testo medico originale, ma di cui il monaco, per qualche ragione, era venuto a conoscenza. Viene indicato di scrivere su una crosta di pane, da legare nella coscia destra della partoriente, tre simboli, apparentemente di tipo astrologico, la cui combinazione non pare avere un significato preciso. Questi, vergati a parte e ingranditi rispetto alle parole che compongono il testo della prescrizione, sembrano costituire, già nello spazio del manoscritto, un talismano. La crosta doveva poi essere distrutta non appena la donna si fosse «liberata» (se liberaverit) del frutto del suo ventre.

La sedia del parto

Michele Savonarola, Practica maior, Venezia, Iuntas, 1559, f. 272r.

Michele Savonarola aveva minuziosamente descritto la sedia da parto nel suo trattato in volgare ferrarese. Questa, dotata di braccioli e di un alto schienale, presentava una cavità nella seduta «sí che la creatura descendere possa habelmente, et anco la madre sedere». Il medico promette anche di includere un’immagine dell’oggetto («E per esser meglio enteso, depinzerò pur a la grossa tal mia catedra, come pare in lo margiene»), sebbene purtroppo in nessuno dei manoscritti che trasmettono il trattato l’immagine sia stata inclusa. In compenso la sedia è raffigurata in edizioni a stampa cinquecentesche del suo trattato in lingua latina, la Practica maior. Il disegno non corrisponde però alla descrizione, la stessa del testo in volgare, e rimanda piuttosto a un oggetto di foggia rudimentale: uno sgabello costituito da due assi collegate ad angolo acuto che certo nulla ha di regale.

Troviamo finalmente l’immagine della sedia descritta dal Savonarola nel Rosengarten di Eucharius Rösslin, opera in cui viene mutuato in gran parte il testo del medico ferrarese.

Eucharius Rösslin, Der Schwangeren, Frauen und Hebammen Rosengarten, Augsburg, Steyner, 1528, Cii verso

Il bambino rana

Ambroise Paré, Des Monstres et Prodiges, IX, in Les Œuvres, Gabriel Buon, Paris, 1585, p. 1038.

Aneddoti e storie di nascite bizzarre e mostruose dovute all’immaginazione della madre si susseguono in Occidente nel Medioevo e soprattutto in età moderna, come quella piuttosto buffa, trasmessaci da Ambroise Paré, della nascita di un bambino con il corpo normale, ma il viso del tutto identico al muso di una rana. La ragione di un simile aspetto era dovuta al fatto che la madre, durante il concepimento, aveva fissato tale animale, che lei stessa teneva sul palmo di una mano, dietro suggerimento di una vicina, come atto terapeutico per poter guarire dalla febbre.

La badessa incinta

Ms. Escorial, T I. 1, f. 14v.

Nel Medioevo, non pare sia mai stato immaginato un intervento cesareo per salvare entrambi i soggetti del parto. Esiste un’eccezione, unica a quanto mi consti, spiegabile però come l’espediente usato da un miniatore nell’illustrare una scena dal racconto di un miracolo della Vergine. Quest’ultimo, fra i più noti del Medioevo, redatto originariamente in latino, venne ritrascritto in diverse raccolte di miracoli mariani, oltre ad essere variamente volgarizzato, sia in prosa sia in versi, con minime variazioni della trama nel passaggio da una versione all’altra.

In quella più comunemente nota, si narra di una badessa che, nel gestire il suo convento in maniera troppo severa, si era inimicata le consorelle le quali, essendo venute a conoscenza di un suo rapporto peccaminoso con il frate celliere, e soprattutto della conseguente gravidanza, avevano scritto una lettera per informare dei fatti il vescovo. Costui si era immediatamente messo in viaggio per controllare di persona la veridicità della denuncia. La badessa, ormai al termine della gravidanza, conscia del fatto che non avrebbe potuto nascondere il suo stato al vescovo, prega di notte, con grande fervore, la Vergine, chiedendole perdono per il peccato commesso e invocando il suo aiuto. Questa accoglie di buon grado le preghiere che le vengono rivolte e si presenta alla badessa in sogno accompagnata da due angeli, ai quali ordina di «liberare» la donna dal bambino, poi affidato a un eremita incaricato di accudirlo per sette anni. Quando il vescovo giunge in visita al convento, non trovando traccia della gravidanza sul corpo della badessa, si accinge a punire le monache: la donna a quel punto decide di confessare il suo peccato.

Il racconto del miracolo venne incluso anche nelle Cantigas di Alfonso el Sabio del XIII secolo, e il miniatore di uno dei manoscritti che le tramandano, probabilmente in difficoltà nel dover illustrare il modo in cui la Vergine «liberava» la badessa, come scritto nel testo, ha così deciso di raffigurare il bambino che, ritto in piedi e con le mani giunte, fuoriesce da un taglio sul lato destro del ventre della badessa addormentata e coricata sul fianco opposto, mentre due angeli osservano la Vergine nell’atto di indicare il ventre della donna in un gesto di comando.

Parti plurigemellari

Ambroise Paré, Des Monstres et Prodiges, V, in Les Œuvres, Gabriel Buon, Paris 1585,  p. 1030.

Racconta Ambroise Paré che Margherita, «dama di grande e antico casato», della provincia di Cracovia, avrebbe partorito in una sola volta trentasei bambini, tutti vivi!